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Tre registi, venuti a conoscenza della cosa, decidono di farne un film: Pino Pace (scrittore e sceneggiatore, su VENTO ha inoltre pubblicato un ebook), Paolo Casalis (autore de L’Ultimo Chilometro) e Stefano Scarafia (che con Casalis ha realizzato il film Il Corridore, sull’ultramaratoneta Marco Olmo). Abbiamo scambiato quattro chiacchiere con Paolo Casalis e quella che segue è la nostra intervista.
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NBM: Come prima cosa volevo chiedervi alcune notazioni tecniche sul film; come siete entrati in contatto con il progetto Vento, come è nata questa collaborazione? quanti giorni di lavorazione tra sopralluoghi e girato? nel film si parla di giornali, radio, persino un ministro: avete avuto difficoltà a trovare finanziamenti?

Paolo: Pino Pace (lo sceneggiatore del gruppo) un bel giorno ha presentato a me e Stefano Scarafia questa idea. fare un film su un gruppo di professori del Politecnico di Milano che da lì a pochi mesi avrebbero percorso oltre 600 Km in bicicletta, per dimostrare la fattibilità (e necessità) di una pista ciclabile tra Torino e Venezia, un progetto cui il gruppo del Prof. Paolo Pileri sta lavorando da anni. Mettetevi nei nostri panni. Non avreste detto anche voi: “Che idea meravigliosa! Facciamolo!” Questa la risposta breve. In realtà da tempo, dopo una prima bella esperienza di lavoro insieme, stavamo cercando di realizzare un altro documentario a tre. Aggiungete che io sono un ciclista praticante (perdonatemi se ne parlo come fosse una religione) e avevo appena finito di realizzare il mio documentario sul ciclismo “L’Ultimo Chilometro”  e che Pino tutti i giorni si fa da San Mauro Torinese a Torino centro in bicicletta, e il quadro è completo. Il passo successivo è stato contattare il Politecnico, e lì abbiamo trovato una sponda formidabile: entusiasmo, disponibilità a partecipare e a mettersi in gioco. Il film è, volutamente, un road-movie in senso stretto: niente soppralluoghi, niente preparazione. Siamo andati da un punto A (Torino) ad un punto B (Venezia) e abbiamo filmato ciò che abbiamo trovato nel mezzo: pianure, risaie, paludi, incidenti tecnici, giornate di caldo sole e di pioggia fastidiosa.  Abbiamo preso tutto quanto gli 8 giorni del viaggio ci hanno offerto e ne abbiamo tirato fuori questo film. Un film che è prodotto da due piccole case di produzione: la Stuffilm di Bra e lo studio Bodà di Torino e che è in parte finanziato da alcuni enti, cui vanno i nostri sinceri ringraziamenti: Il Politecnico di Milano, che fin da subito ha visto nel film uno strumento utile per promuovere l’idea di Vento; il Consorzio di Bonifica di Piacenza; il Comune di Camino (AL) e il Comune di Ferrara. Non pensate a finanziamenti da capogiro: piccoli contributi, importantissimi però per avviare una macchina così complessa come è la produzione di un film. Sì, perchè gli 8 giorni di riprese sono stati la parte più facile (quella in discesa, per continuare nella metafora ciclistica), a cui sono seguiti 4 mesi di montaggio video e post-produzione. Infine, prima ancora di inziare le riprese avevamo lanciato una campagna di crowdfunding, e anche mentre scrivo la nostra campagna di finanziamento è ancora attiva: per prendervi parte, guardate il film in streaming o acquistatelo in dvd!

NBM: Come è stata generalmente l’accoglienza nelle città? e nelle campagne, nei paesi più piccoli? che differenze avete trovato? come reagiva il pubblico?

Paolo: L’accoglienza è stata fantastica pressochè ovunque, dall’Alessandrino al Polesine. E’ vero che il percorso era già stato stabilito da tempo, i sindaci informati e gli assessori mobilitati. Quello che però non era possibile programmare era l’accoglienza della gente comune, dei ciclisti incontrati per caso, dei contadini, dei pensionati delle bocciofile o dei guardiaparchi. Ovunque abbiamo ricevuto (o meglio, il gruppo del Politecnico ha ricevuto) solidarietà, compagnia, aiuto. Dei tre registi, io ero l’unico munito di bicicletta (la mia vecchia mountain-bike) e per lunghi tratti ho seguito i nostri 5, mentre i miei due soci filmavano dalla macchina. La cosa più bella è stato vedere ciclisti di ogni tipo (dal semiprofessionista su una Cannondale da 3000 euro al pensionato su una bici da uomo scassata) accordarsi a noi e seguirci, anche solo per qualche chilometro. Talvolta i cilcisti ci aspettavano all’ingresso del loro paese, e poi si mettevano in testa alla carovana per aiutarla a imboccare le stradine e i sentieri più adatti. Anche le grandi città si sono difese molto bene: da Torino (quando siamo partiti era il girno del Bikepride, e il parco del Valentino era zeppo di ciclisti festanti) a Piacenza, Cremona e ovviamente Ferrara, che ha dimostrato di meritare l’appellativo di “Città della bicicletta”.

NBM: Quali sono i cambiamenti del paesaggio che più vi hanno colpito?

Paolo: Inizio col dire una cosa forse banale, ma che per me è stata una scoperta inaspettata: il Po e la Pianura Padana visti dalla bicicletta son tutt’altra cosa rispetto ai paesaggi visti dall’autostrada. Mi spiego: se credete di conoscere la Pianura Padana perchè l’avete attraversata in auto centinaia di volte…beh, non è così. Ai 25 all’ora la Pianura Padana è tutt’altra cosa. Si lascia una dimensione fatta di grandi realtà industriali, città operose, grandi vie di comunicazione, e si entra in un dedalo di strade e stradine, piccoli paesi, cascine e campagne infinite. Fin qui i lati positivi. Una cosa che mi ha colpito in negativo, invece, è vedere come lunghi tratti del Po siano  in uno stato di totale abbandono: vecchie cascine diroccate, ferrovie dismesse, fabbriche abbandonate. Nel film abbiamo utilizzato vecchi video e fotografie d’archivio della pianura e del Po per mostrare la trasformazione radicale dei paesaggi del grande fiume: da luogo di divertimento e di lavoro, affollato di villeggianti, di pescatori, di sportivi, a luogo del degrado e dell’abbandono. Per quanto riguarda il paesaggio, la ciclabile Vento è un lungo avvicinamento al mare: si parte con il Monviso e le alpi sulla sinistra e si arriva in una terra di mezzo tra mare e fiume. A livello ciclistico, la differenza principale è nel “sedime stradale”: in piemonte e lombardia si percorrono stradine che affiancano il Po, in Emilia e Veneto si pedala quasi sempre sulla cima degli argini fluviali, alleato formidabile dell’idea di questa pista ciclabile.

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NBM: Quale realtà avete scoperto, se esite, che non immaginavate nemmeno (a parte il messicano ovviamente!)?

Paolo: Abbiamo scoperto che l’Italia di provincia (cui peraltro apparteniamo tutti e tre) è ancora viva. Di più, abbiamo scoperto che questa Italia “minore”, che per decenni si è cercato più o meno inconsapevolmente di cancellare, promuovendo trasferimenti di massa verso le grandi città industriali, è un’Italia bella, affascinante, da riscoprire e valorizzare. Nel film Ercole e Paolo parlano del percorso di Vento come di una “collana di perle”: è proprio così, e la cosa bella e che queste perle sono tantissime e disseminate lungo tutto il tragitto. E vanno (ad es.) dal famosissimo Tondo Doni del Botticelli alla sconosciuta (almeno per noi) e bellissima città di San Benedetto Po.

NBM: Quali sono state le maggiori difficoltà che avete incontrato durante il viaggio? cosa è andato storto?

Paolo: Dal nostro punto di vista direi che è andato tutto bene, o forse più realisticamente siamo stati molto fortunati. Per quanto riguarda il gruppo del Politecnico, i guai maggiori sono stati a livello meccanico: qualche foratura, qualche caduta. La più disastrosa, una caduta “causata” dal freno a disco anteriore di una delle mountain-bike. Un freno fin troppo potente!

NBM: Invece cosa è andato sorprendentemente bene?

Paolo: A posteriori, posso dire che non potevamo avere di più: belle giornate, tramonti spettacolari (eravamo in maggio), paesaggi stupendi. E considerando che, da parte di noi registi, nulla era stato precedentemente programmato, non ci siamo (quasi) mai persi, nè abbiamo (quasi) mai perso il gruppo.

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NBM: Viaggiando in questo modo, qual è stata la vostra percezione del tempo?

Paolo: Sette giorni in bicicletta credo acquivalgano a un mese o due di vita, a livello di pura percezione temporale. Ora posso dire di capire i ciclisti professionisti quando parlano dei grandi giri come di avventure epiche, leggendarie, dalla durata quasi eterna. D’altronde basta poco per darvi l’idea: pensate di dover andare in automobile da Piacenza a Cremona, e alla rapidità di questo viaggio di 40 Km dritti e monotoni. Ora cambiate mezzo, salite su una bicicletta e disponete questi 40 km su strade e stradine di campagna e argini fluviali, tra pioppeti e campi di grano, con 30 kg di zavorra, con tutto ciò che vi serve per vivere attaccato alla vostra bicicletta (altro che bici in carbonio da 7 kg!).

NBM: Il posto più bello? il ricordo più bello di questa esperienza?

Paolo: La sorpesa maggiore forse ce l’ha data Piacenza, e infatti abbiamo voluto sottolinearlo nel film. L’abbiamo vista mille volte dalla sopraelevata dell’autostrada ma, ci scuseranno i piacentini, non eravamo mai scesi da quei maledetti ponti di cemento, ed è una città bellissma, piena di storia, arte, fascino. Potrei dire la stessa cosa per Pavia, Cremona, Chioggia, per luoghi “minori” come i paesi turriti dell’alessandrino, le città fortificate, le ville dell’Emilia e del Veneto, le tante infrastrutture legate al fiume: dighe, centrali idroelettriche, idrovore: dal Canale Cavour a Chivasso al Museo della Bonifica di Cà Vendramin a Taglio di Po, la Pianura Padana è piena di luoghi e architetture sorprendenti, inaspettate.

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NBM: Paolo è l’autore di “L’ultimo kilometro”: qual è il vostro rapporto con la bicicletta?

Paolo: Dei tre registi, io e Pino siamo i due ciclisti, ma credo che anche Stefano dopo l’esperienza fatta ci stia pensando seriamente su. Io sono (purtroppo, per motivi lavorativi) un ciclista della domenica o poco più, arrivo a malapena a 2000 km all’anno, tutti fatti in biciletta da corsa, tra le salite di Langhe e Roero.

NBM: Ultima domanda: consigliateci un posto dove vale la pena andare a mangiare!

Paolo: Qui cascate male, ragazzi, perchè abbiamo avuto davvero poco tempo per concederci golosità e piaceri della tavola! Però vi consiglio di mangiare lungo il Po, fuori dai grossi centri abitati, se non altro per sostenere quei pochi coraggiosi che ancora resistono lungo le  abbandonate rive del Po e, chissà, per incentivarne altri ad aprire attvità e spazi attrezzati! Confidando nel successo di Vento, un progetto, come direbbe qualcuno, davvero “straordinario”!

Ora non vi resta che vedere il film. Come fare? semplicissimo!

Avete due opzioni: potete vederlo  in streaming HD oppure potete acquistare una copia del DVD.

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da Dailyslow.it
di Francesca Fiore

Una ciclovia naturale sulle sommità del nostro fiume maggiore, che unisce le Alpi con il mar Adriatico: è il viaggio fatto da 5 intrepidi cicloturisti per realizzare il progetto “VENTO. L’Italia in bicicletta lungo il fiume Po”. Seicentotrenta chilometri in bicicletta lungo il Po, per riscoprire territori abbandonati di rara bellezza e dimostrare che è un altro modo di viaggiare è possibile.

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Loro sono Paolo, Diana, Alessandro, Chiara ed Ercole, ma al gruppo iniziale si uniranno tante persone incontrate durante il percorso: il loro viaggio lungo la dorsale cicloturistica, come l’hanno battezzata, punta i riflettori su un patrimonio esistente e sottovalutato. In otto giorni, questi cinque cicloturisti dimostrano che è possibile unire Venezia con Torino, le Alpi con il delta del Po, sull’Adriatico: un percorso che esiste già, ma che andrebbe attrezzato e valorizzato.

A capo della spedizione c’è Paolo Pileri, 46 enne ingegnere del Dastu, presso il Politecnico di Milano, specializzato in pianificazione territoriale, ideatore del viaggio e del progetto: con lui due dei suoi assistenti, una studentessa ed un ex manager che si occupa di marketing. I tre registi Paolo Casalis, Pino Pace e Stefano Scarafia li hanno seguiti lungo un percorso in 15 tappe, che ha toccato 30 città di 4 regioni, in 15 tappe. Ecco il trailer del documentario.

Daily Slow ha intervistato uno dei tre registi di Vento, Paolo Casalis.

Paolo, il vostro documentario, oltre a mostrare una prospettiva sul viaggio completamente diversa da quella canonica, mira a dimostrare che la “dorsale cicloturistica” di 630 chilometri che avete affrontato è fattibile, sia dal punto di vista economico che ambientale. Quali sono le principali difficoltà incontrate dai ciclisti nell’affrontare le 15 tappe del viaggio?

“L’organizzazione del viaggio è stata ad opera del Politecnico di Milano e dei ragazzi che partecipavano. Noi registi li abbiamo seguiti e spesso ci siamo anche persi: Alessandro, il nostro cartografo, ha dovuto tracciare un percorso che si snodava fra stradine sterrate neanche segnate sulle mappe, le difficoltà sono state molte e di vario genere”

Ce le racconti?

“Innanzitutto sono state di tipo fisico e logistico: sbarre che inibiscono il passaggio non solo alle auto ma anche alle bici, ponti che devi attraversare caricando la bici sulle spalle, treni inadeguati ai servizi. Inoltre, la gran parte delle zone che costeggiano il Po sono state abbandonate per i centri urbani: in molti tratti non c’è nessun servizio, nessuna segnaletica, nessun punto di ristoro. Pedalando sugli argini del fiume, che sono delle piste ciclabili naturali, per chilometri non si incontra nessuno: terre che una volta erano vive e piene di relazioni economico-sociali, ora del tutto disabitate”.

Nel documentario si parla appunto di intermodalità: qualcosa di fondamentale per un cicloturista, che affronta viaggi lunghi e che deve portare con sé tutta la sua attrezzatura. Ci spieghi cos’è?

“L’intermodalità è la capacità di potersi servire di diversi mezzi per arrivare alla propria meta: nel video si vedono Paolo e gli altri che devono salire separatamente su due treni diversi, perché nessuno è attrezzato per le bici. Se un ciclista affronta un viaggio di duecento, trecento chilometri ha bisogno di trovare un dato tipo di strutture, altrimenti non lo affronta per nulla e prende l’automobile”.

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Lungo le molte tappe del percorso, il team di Vento ha riscoperto luoghi e città da prospettive diverse, che mettono il viaggiatore a stretto contatto con le attività umane, economiche, culturali dei territori attraversati e determinano un modo di viaggiare “relazionale”. Nel documentario si notano le conversazioni che la squadra intreccia con viaggiatori sulla via Francigena, con altri cicloturisti stranieri nel pavese o con i capitani delle poche barche rimaste. Pedalare è anche un modo per stringere contatti?

“Lo è, eccome. In luoghi del genere poi, dove davvero senti l’abbandono e la bellezza intrecciarsi insieme, lo è in modo particolare. Una volta questi posti erano animati da allevatori, agricoltori e pescatori: c’erano bar, strutture, servizi di ogni tipo. Adesso tutto è fermo, e le poche persone che incontri hanno voglia di parlare: si stringono rapporti fugaci ma intensi, si parla del pedalare, della gestione dell’ Italia. E’ un tipo di contatto diverso da quello che hai negli hotel o nei ristoranti dei centri urbani”.

Parlaci del Po dimenticato.

“Il Po è il leitmovit del viaggio: la squadra lo ha preso a Torino e lo ha lasciato al suo delta, per poi fare la tappa finale verso Venezia. Gli argini sono piste ciclabili naturali, il paesaggio cambia ma lui continua ad unire un’Italia dai mille campanili, oggi più che mai. Comunità divise con progetti frammentari che però vengono tenute insieme dal fiume: una realtà incredibile, da sfruttare subito. La pista c’è già, pensato cosa significherebbe per il turismo locale, riuscire ad attrezzare e rendere percorribile l’intera ciclovia: basterebbe poco”

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La dorsale cicloturistica costerebbe appunto 80 milioni di euro: il costo di due chilometri di autostrade. Un progetto che significherebbe nuovi posti di lavoro, nuova prosperità per le zone attraversate e sicuramente un’importante azione di tutela dell’ambiente. Il vostro progetto, inoltre, ha compiuto una sorta di mappatura dei luoghi e delle mancanze riscontrate?

“Si i documenti sono a cura del Politecnico: ad ogni tappa si faceva una conferenza, illustrando mancanze e ostacoli, suggerendo idee e cercando anche di stringere intese. Hanno fatto un lavoro immenso: speriamo non vada perduto. L’obiettivo del team, infatti, era duplice: da un lato dimostrare che la pista c’è già che basterebbe poco per renderla agevole; dall’altro l’obietivo era anche quello di muovere qualcosa nelle amministrazioni locali”

Manca l’idea di rete.

“Assolutamente: ognuno fa la sua parte di pista ciclabile, dove va bene, senza trovare connessioni con le opere del Comune limitrofo. Cambiano le amministrazioni, cambiamo progetti e prospettive, non c’è nessuno spirito di condivisione dei problemi e soluzioni. E questo non vuol dire che i nostri incontri non siano stati stimolanti o non abbiano suscitato interesse”

La proposta fatta dal Politecnico per realizzare la dorsale Vento a che punto è?

“Il Politecnico si sta muovendo molto: personalmente so che il progetto è stato inserito fra i trenta da realizzare per l’Expo 2015. Speriamo bene: l’interesse suscitato sembra molto e so che Paolo e gli altri del Politecnico non si arrenderanno facilmente: anziché fare opere costose come la Tav, realizzare Vento significherebbe impiegare pochissime risorse ma in un modo molto fruttuoso, dando la possibilità a questi territorio di tornare a nuova vita”.

Come si può vedere il vostro documentario? Avete appuntamenti all’orizzonte?

“Stiamo organizzando le presentazioni e partecipando a festival: ci siamo auto prodotti e auto distribuiti. Vento, ad ogni modo, si può acquistare in dvd o vedere in streaming ad un costo irrisorio, che serve a ripagarci delle spese della realizzazione del documentario”.

Per vedere il documentario in streaming, o acquistarne il Dvd, clicca qui.

Tutte le tappe toccate dal progetto “Vento, L’Italia in bicicletta lungo il fiume Po”